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IL MONDO NON È GIUSTO

Il partner ti ha lasciato? Probabilmente non hai saputo ascoltare le sue richieste.

Ti hanno bocciato a un esame oppure sei stato rifiutato a un colloquio? Forse non ti eri preparato adeguatamente.

Hai perso del denaro in un investimento che appariva promettente? Sei stato ingordo e avido.

Chi trova giustificazioni di questo tipo di fronte a una persona infelice, inconsciamente la colpevolizza delle disgrazie che vive. Tende a pensare “beh, in fondo un po’ se l’è meritato”.

Già, ma perché accade?

Perché l’uomo, in misura variabile, ha un innato desiderio di vivere nella convinzione che, mantenendo un comportamento giusto, non subirà una sorte analoga.

Negli anni sessanta fu elaborato dal ricercatore Melvin J. Lerner dell’Università canadese di Waterloo il concetto di “The Belief in a Just World ovvero il credere in un mondo giusto, come condizione al quale ogni uomo è predisposto in misura variabile.

Da allora numerose ricerche hanno evidenziato quanto sia diffusa tale convinzione, soprattutto perché frutto dell’innato bisogno umano di giustizia.

L’ipotesi alla base di tale teoria potrebbe essere sintetizzata come segue: gli individui hanno bisogno di credere di vivere in un mondo dove le persone hanno ciò che meritano.

Senza tale convinzione risulterebbe molto più difficile impegnarsi nel lungo termine verso un obiettivo ambizioso ma, nel contempo, verrebbe anche meno una parte di comportamento socialmente utile nelle interazioni quotidiane tra individui.

Fin da piccoli infatti ci viene insegnato a frenare i nostri impulsi per canalizzare le energie verso ricompense future.

Tipico è l’esempio del figlio spronato a studiare o allenarsi anziché rimanere a oziare dinnanzi alla televisione.

Implicitamente al ragazzo viene garantito un mondo giusto che premia chi si impegna nello studio o nell’esercizio e castiga lo svogliato.

L’idea di un mondo giusto ci aiuta anche a gestire l’ansia e lo stress generati dalle brutte notizie di cui veniamo quotidianamente a conoscenza.

Infatti se ritengo che nel mondo regni la giustizia posso sentirmi padrone del mio destino e contemporaneamente assicurarmi la distanza dai mali che tanto affliggono la nostra società.

Se non fumo e mantengo uno stile di vita sano e equilibrato non mi ammalerò, se evito di provocare non verrò molestato, se guido rispettando il codice della strada non avrò un incidente grave e così via.

Proprio per questa funzione rassicurante e garantista tale teoria è profondamente radicata nell’animo umano e chi l’ha interiorizzata difficilmente tende ad abbandonarla.

Inoltre di fronte a una persona bisognosa colui che più crede in una giustizia terrena maggiormente si prodigherà nell’aiuto.

Perché offrendo soccorso da un lato porrà ristoro a parte dell’offesa (subita dalla vittima ma anche inflitta alle proprie convinzioni), e dall’altro si porrà nei panni del giusto, ovvero colui che riceverà a sua volta del bene.

Dunque, anche se tale convinzione stride con la cruda realtà – che quotidianamente ci propone tragedie che si abbattono su persone innocenti (ad esempio i bambini) o l’impunità di individui malvagi – ritenere che esista una giustizia mortale ha sicuramente importanti funzioni pro-social.

Il problema nasce quando il soccorritore non ha la possibilità di “aggiustare” o “migliorare” in modo significativo le condizioni del bisognoso.

In questi contesti coloro che maggiormente sposano la teoria del mondo giusto avranno la tendenza a individuare nella disgrazia altrui una condotta che in qualche modo rende la vittima responsabile del proprio male.

Colpevolizzare lo sventurato rappresenta il tentativo inconscio di difendere la credenza di vivere in una società giusta ed equilibrata.

Dunque una persona che chiede aiuto molte volte non soffre solamente per le conseguenze fisiche e psicologiche di un evento vissuto, ma anche per il giudizio negativo espresso da coloro che gli stanno accanto.

Dunque vogliamo davvero aiutare qualcuno?

Bene, allora partiamo dal presupposto che non siamo di fronte a un colpevole bensì a una persona che chiede soccorso.


Bibliografia

Lerner, M. J., & Miller, D. T. (1978). Just world research and the attribution process: Looking back and ahead. Psychological bulletin, 85(5), 1030-1051.

Gian Luca Rosso

Sono un Medico e Ricercatore indipendente. Ho conseguito un dottorato di ricerca in psicologia, neuroscienze e statistica medica presso l’Università degli Studi di Pavia.

Vivo a Cuneo e lavoro sia come Medico del Lavoro consulente ed esperto in salute e benessere nei luoghi di lavoro, sia come Medico del Servizio di Emergenza Sanitaria (118) del Sistema Sanitario Nazionale.

Sono Autore di numerosi studi scientifici, capitoli e manuali dai contenuti medici e psicologici.

Tra le pagine di questo sito troverai anche i riferimenti alla mia collana di libri il cui tema sono le soft skills.

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